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Cultura, tecnologia, mondi virtuali, arte, in questo blog che da 5 anni raduna gli innovatori alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria "Più libri più liberi", al Palacongressi di Roma EUR. A cura di Marina Bellini PiuBlog
agosto: 2012
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Synesthesia di Giovanna Cerise

Quello di Giovanna Cerise a Split Screen in Second Life è un lavoro “liberamente ispirato a Lo spirituale nell’Arte di Wassily Kandinsky e a Prometheus: Il Poema del Fuoco di Alexander Scriabin”.
Accompagnata da suoni di pianoforte, l’installazione evoca simbolicamente un passo di quel libro di Kandinsky che, insieme alla Teoria della forma e della figurazione di Paul Klee, fu la mia “bibbia” durante il mio percorso di studi artistici.
In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima“, scrive Wassily Kandinsky e Cerise lo rappresenta letterariamente.
L’opera in sé è avvincente, soprattutto nella parte dei tunnel percorribili che, visti da sopra, evocano i tasti di un pianoforte che scompaiono e ricompaiono al “fleshare delle texture”. Tuttavia la citazione di Kandinsky avrebbe potuto essere più forte se le corde di piano, sparse come pentagrammi che svettano dall’acqua, fossero state nere. Inoltre qualche punto di glow in meno non avrebbe fatto male all’insieme.
La ricerca di analogie tra i principi della composizione musicale e i mezzi pittorici, che il grande maestro della Bauhaus conduceva costantemente, arrivò all’elaborazione di una “teoria armonica dei colori”, i cui diversi timbri venivano associati a vari strumenti musicali.
Ma mentre Kandinsky fu influenzato più da Wagner e Schönberg, Giovana Cerise sceglie, come sottofondo dell’opera, Scriabin, strenuo oppositore della musica di Schönberg, considerando forse le esecuzioni del musicista al piano con i tasti colorati da tinte differenti, che lo stimolavano a emettere questa o quella nota, lasciandosi trainare dal colore anzichè dalla scala armonica. Infatti è nota la sua esecuzione del Prometeo, accompagnata da fasci di luce colorata che s’irradiavano per la sala.
Come dire: ciò che la storia ha separato Second Life unisce, in nome di quella libertà tanto decantata dai residenti del metaverso.
Ma è mia personalissima opinione che sarebbe stata sufficiente la citazione di Alexander Scriabin senza incartare la storia, e magari conservare la citazione de “Lo spirituale nell’Arte” per un’altra installazione. Due pensieri opposti assemblati in un’unica opera incasinano la memoria, ma soprattutto non riescono ad essere messi a confronto con chiarezza.
Comunque sia, è un’opera da visitare.

SLurl: http://maps.secondlife.com/secondlife/Beleza/47/223/22


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4 Commenti a “Synesthesia di Giovanna Cerise”

  • Marina Bellini:

    Skrjabin che arriva a Kandinsky tramite un allievo e quindi di conseguenza a Schönberg mi pare una bellissima nota storica, ma troppo forzata per giustificare una citazione doppia in un’opera creata in SL.
    Per il resto se non volete critiche o analisi non esponete in pubblico! Leggo stizza, anzichè una riflessione per migliorare. E questo accade costantemente se non vi si dice (alla maggior parte degli “artisti” in SL) “che bello che bravi”! Eccetto i pochi e rari casi di chi fa più tesoro di una critica negativa che di una positiva fatta per piaggeria o incompetenza.
    Ribadisco: i tuoi eccessi di glow non fanno bene alle tue opere. Poi magari dipende dalla scheda grafica, ma per vederci qualcosa ho dovuto abbassare tutto al minimo.
    Per gli altri eccessi… quelli di aggiungere roba finchè ce ne sta, beh, quando arriverà il momento in cui riuscirai a togliere anzichè mettere, ti accorgerai da sola di essere cresciuta e aver conquistato una vetta importante da cui iniziare un nuovo percorso: quello vero.

    • Giovanna Cerise:

      Credimi Mexi non è stizza e ascolto le critiche con molta attenzione. E chi mi conosce bene sa che odio le ipocrisie, sa che sono sempre pronta a rimettermi in gioco e pronta a nuove sperimentazioni, anche eccessive. Magari quello che dici tu di togliere può essere anche giusto, secondo quella che può essere la tua visione dell’arte e anche di molti critici e forse in alcuni momenti anche per me. Posso prendere atto di tutto questo, ma come ognuno è libero di esprimere la sua opinione anche io rivendico la mia libertà di farlo e di fare le mie scelte, facendo un mio percorso anche contorto e non condiviso da tutti e che forse ,e ribadisco forse, poi potrebbe essere quello che tu definisci un percorso vero. Ma forse arriverà qualche altro esperto che mi dirà, ma come un’opera così spoglia?:) La citazione fatta, e avrei potuto farne tante altre, ma non mi sembrava qui il caso, non era per giustificare il mio accostamento. Non ne sento il bisogno era solo una piccola e marginale puntualizzazione. Detto questo, ti ringrazio per il post e ben vengano le tue critiche, le tue osservazioni e le tue analisi. Le leggerò sempre con molta attenzione, ma riservandomi sempre il diritto di seguire o meno le tue indicazioni, così come faccio anche con gli altri. E come non me la prendo io, credimi, per quello che tu hai ritenuto negativo,(tra l’altro le righe bianche e non nere e l’eccesso di glow) se vogliamo dirla con questo aggettivo, nella mia opera che poi tutto sommato ti è piaciuta (almeno così mi è parso), non prendertela se qualcuno non è d’accordo con quanto affermi e lo fa in un post pubblico.

      • Marina Bellini:

        Wè… guarda che non me la sono presa, anzi… poco fa camminavo per strada e sorridevo su me stessa, dandomi della inguaribile rompiballe, pensando che sto sempre lì a guardare il pelo nell’uovo quando si tratta di arte. Il fatto è che mi arrabbio quando vedo che qualcuno è vicino alla completezza di un’opera, ma per delle sue inspiegabili convinzioni si contorce sull’opera stessa non raggiungendo la possibile perfezione.
        Il “togliere” che intendo non è rendere l’opera scarna, defraudandola delle sue componenti, ma ridurre gli orpelli inutili che non aggiungono valore o contenuto. Con la costruzione principale avevi già detto tutto, emozionando, e le famose “stecche” di kandinskiana memoria potevano anche non esserci (o essere parte della costruzione stessa), così come non mi sarebbero mancate le due tastiere galleggianti, o la figura tipo neon sul tetto, e l’opera avrebbe comunicato il suo messaggio con il beneficio della sintesi. Un impatto forte, emozionale e consapevole. I simbolismi sparsi lasciamoli a chi racconta storie: chi comunica con la forma e col colore ne può fare a meno.
        Da domani non scriverò più una mazza su alcuna installazione, prometto. Farò come gli altri: 4/5 fotine e un “mi piace”, così almeno non ci saranno in circolo malumori vaganti e via tutti contenti nel villaggio delle illusioni. :)

  • Giovanna Cerise:

    Non intervengo quasi mai a commentare i vari post che riguardano i miei lavori, ma in questo caso, vorrei solo precisare delle cose. Prima di tutto il titolo dell’opera è “Synethesia”, e quindi è su questo concetto che ruota l’opera stessa. Inutile dire che è la mia “Synesthesia”, nata da varie suggestioni, soprattutto dalla lettura di alcune pagine dello”Spirituale nell’arte” di Kandisky e dall’ascolto di Scriabrin, e in primo luogo del suo Prometeo.
    Non sto qui a discutere delle mie scelte, e di una cosa sono sicura non cambierei una virgola di quello che ho fatto e forse non sarò mai una grande, ma preferisco non esserlo se devo rinunciare ad esprimere i miei eccessi, e anche ad incasinare a qualcuno la memoria.
    Voglio solo puntualizzare qualcosa, riguardo all’accostamento di Skrjabin e di Kandisky, e per farlo cito uno dei libri, che mi ha accompagnato durante i mie studi al Conservatorio e che spesso rileggo, insieme a tanti altri (anche se devo dire che non ho bibbie, comunque, di qualsiasi natura ).
    “…A Monaco la predicazione di Skrjabin arrivò con Kandisky nel 1909: nel gruppo di artisti che si formò intorno a lui c’era un suo allievo, Thomas von Hartmann, che tentò con Kandisky la fusione musica- colore nel dramma Der gelbe Klang ( Il suono giallo). Nel 1912, usciva l’Almanacco del gruppo, chiamatosi nel frattempo Der blaue Reiter (Il cavaliere azzurro): in esso appariva un saggio di Hartmann sull’anarchia in musica. E’ quindi più che legittimo affermare che Shoenberg, che collaborò a quell’Almanacco avesse ben presente l’esperienza di Skrjabin quando introdusse nella partitura de La mano felice indicazioni sui colori che il riflettore avrebbe dovuto proiettare sulla scena. (Guido Salvetti, Il Novecento I per Storia della Musica, a cura della Società di Musicologia, edt,, 1983, pag 108).

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